LE TAVOLETTE VOTIVE

DEL SANTUARIO DI SAN MATTEO SUL GARGANO

 

 

 

 

 

Approccio all'ex voto
Il variegato mondo degli ex voto
San Matteo e gli animali
Le tavolette votive di S. Matteo
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p. Mario Villani

Il variegato mondo degli ex voto

Gli ex voto si propongono con una vasta gamma tipologica di modelli derivante da situazioni, stati spirituali, ambiti sociali e culturali disparati.

Ex voto di ringraziamento

Ex voto propriamente detti sono i doni fatti a Dio o ai suoi santi sulla base di una promessa (votum).
Il denominatore comune è il ringraziamento per un favore ricevuto che può essere sia materiale che spirituale.
Tale intenzione è contenuta anche in molti pellegrinaggi, in azioni e comportamenti non usuali e nello stesso tempo fortemente caratterizzati dal punto di vista religioso (per esempio camminare scalzi, indossare vestiti tipici dei religiosi, aderire ad associazioni dalla forte vita religiosa ecc. celebre il voto fatto da Lutero a Sant’Anna  di farsi monaco se avesse scampato il pericolo di vita in una tempesta).

Bisogna notare, preliminarmente, che dietro l’apparente semplicità delle formule V.F.G.A., Votum Feci Gratiam Accepi, oppure P.G.R., Per Grazia Ricevuta, che spesso si leggono sulle tavolette votive, si cela un universo sconfinato. Le formule surriferite porterebbero a pensare a una sorta di patto stabilito con Dio e con i suoi santi: il dono in cambio del favore. Probabilmente le formule funzionavano benissimo per quanto atteneva le religioni pagane antiche, i cui atti di culto non implicavano certo l’interiorità dell’uomo, né lo richiamavano a mantenersi fedeli a una visione superiore e totalizzante della vita. Discorso diverso nel cristianesimo i cui atti di culto, escluso ogni aspetto formalistico, vogliono esplicitare la particolare apertura del credente a tutto ciò che Dio è. Nel cristianesimo non è  possibile stabilire  con Dio e i suoi santi un patto privatistico o limitato a un singolo episodio della vita.  Tantomeno  è ipotizzabile che l’uomo possa in qualche maniera “ripagare” attraverso un dono la vita ricevuta, mantenuta, santificata. Il rapporto con Dio non può essere che libero e totale, come libero e totale è il rapporto di Dio con l’uomo. Per amore, infatti, Dio non ha esitato a donare il suo stesso Figlio. Il momento del “miracolo” ricevuto non è altro che un tratto emergente a livello di visibilità pubblica di questo amore donante, a cui corrisponde da parte del fedele il rinnovo delle promesse battesimali espresso tramite un dono, esiguo nella sua consistenza materiale, ma grande nel suo significato vitale. Il miracolato vuole essere presente per sempre nella casa di Dio attraverso l’umile racconto della sua avventura terrena da cui emerge un dato incontrovertibile e sconvolgente: l’uomo su questo terra non sarebbe altro che un campo di ossa aride calcinate dal sole, secondo la visione di Ezechiele, se non fosse tenuto in vita dallo Spirito del Signore (Ez 37).

Ex voto di devozione e di dedicazione.

Sono quelli offerti a Dio e ai suoi santi non in occasione di particolari benefici ricevuti, ma nel normale svolgimento della vita, intesa come un continuo dono di Dio, da restituire a Dio con animo grato per il tramite di un dono simbolico.
Soprattutto in occasione o in vista di momenti particolarmente forti della sua vita il fedele ha bisogno di esprimere con maggior vigore la sua fede in Dio e l’adesione alla sua parola. Allora ha bisogno di estrinsecare anche pubblicamente questa sua intenzione attraverso il dono di un oggetto, a volte prezioso, che richiami in modo molto chiaro la particolare caratteristica di questi momenti. Il dono degli anelli di fidanzamento, o della veste di sposa, o di qualcosa appartenuta al bimbo appena nato, o il frutto del proprio lavoro, sono segni inequivocabili di un dono che, andando molto oltre la semplice consistenza dell’oggetto, investe ciò che l’oggetto rappresenta: la vita di relazione, o il tranquillo scorrere della vita familiare di cui Dio è chiamato ad essere partecipe e garante, o la dignità del lavoro o il proprio sereno inserirsi nella vita sociale ed ecclesiale. Spesso questi doni sono preziosi proprio perché è preziosa la vita rappresentata, dono quotidiano del Signore, a Lui ogni giorno ridonata con devozione e gratitudine (il Santuario di Cestocova con le vesti della Madonna Nera preziose di ori, di perle e diamanti, e le sue chiese letteralmente tappezzate da collane di ambra – alcune chiese del Brasile il cui interno è tutto ricoperto da lamine d’oro offerte dai minatori). La preziosità del dono non intende riferirsi al suo valore venale, il devoto non intende arricchire la chiesa, ma semplicemente sottolineare, attraverso la preziosità del dono offerto, la preziosità unica e arricchente del suo rapporto con Dio e i suoi Santi.

Le tavolette votive dipinte

Le tavolette votive rappresentano, quindi, solo una parte della complessa problematica degli ex voto e s’inseriscono, con caratteristiche e ruoli propri, tra gli ex voto di ringraziamento.
Fortemente ancorate al territorio e alle evoluzioni della sua storia sociale, economica e religiosa, politica e culturale, le tavolette offrono la possibilità di una lettura a vastissimo raggio che, partendo dal dato religioso, investe il campo dell’arte, dell’antropologia e della storia in generale.
Altra caratteristica delle tavolette dipinte è il loro linguaggio enfatico e ridondante che tende a sottolineare la gravità del pericolo corso dal protagonista.

In questa sede mi preme sottolineare di esse solo alcuni aspetti il cui approfondimento può consentire una lettura più completa ed equilibrata.

La tavoletta votiva: un atto pubblico

La caratteristica fondamentale delle tavolette votive dipinte è che sono destinate ad essere pubblicamente lette e proclamate sulla scorta di quanto dice il libro di Tobia: Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: “Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti gli uomini le opere de Dio, com’è giusto, e non trascurate di ringraziarlo. E bene tenere nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio” (Tb 12, 6-7).

Il miracolato nel piccolo dipinto è rappresentato mentre vive un momento unico della sua vita, di enorme importanza in cui, posto sull’orlo del baratro, già consegnato alla morte, ne è stato ritratto da  insperata mano provvidenziale. La volontà di proclamare, di far conoscere al mondo di essere stati oggetto di una grazia straordinaria è l’intenzione della tavoletta votiva. La tavoletta è, quindi, un atto pubblico. Il pittore è assimilato al notaio che con la sua arte rende pubblicamente intelligibile, garantendone nel contempo la verità, quanto accaduto in un zona riservata dell’esistenza, sia che questa si collochi nel segreto delle mura domestiche, o sulla strada pubblica, o in un ospedale.

In questo la piccola tavoletta che racconta ingenuamente fatti e segreti, è stretta parente delle grandi chiese erette per ricordare nei secoli i benefici ricevuti in momenti particolarmente drammatici della vita di una città o di una comunità. Tra le più famose le monumentali basiliche della Salute a Venezia costruita da Baldassarre Longhena in scioglimento del voto del Doge Nicoletto Contarini in occasione della grande pestilenza del 1630, o quella di Superga a Torino voluta dal Principe Amedeo II di Savoia  ed edificata da Filippo Juvarra in ringraziamento per la vittoria sui francesi del 7 settembre 1706. Ricordo anche il bel San Michele che domina la città di Roma dall’alto della mole adriana che ricorda al mondo come la città, decimata dalla peste, sia stata liberata dell’Arcangelo.

La tavoletta votiva si pone, quindi, in perfetta consonanza di intenzioni, anche se con un linguaggio tutto suo, nell’essenza stessa dell’evangelizzazione, nell’annuncio della buona  novella, di quel messaggio della salvezza che, ascoltato in segreto, deve essere proclamato dai tetti. Il devoto sente il bisogno di raccontare, di mettere a disposizione della chiesa intera la sua esperienza, come il cieco nato e la Samaritana del Vangelo di Giovanni sentirono l’irrefrenabile bisogno di confessare e di confessarsi e proclamare pubblicamente il gratuito intervento del Salvatore che ha provocato il cambiamento radicale della loro vita.

La vita in un attimo, il tempo ristretto delle tavolette votive.

La maggior parte delle tavolette votive descrivono incidenti: stradali, di lavoro, di casa, del mondo contadino, con animali, carretti ecc. L’incidente è costituito dal sorgere improvviso e imprevedibile di un elemento che provoca il passaggio repentino da uno stato di quiete, di equilibrio fisico e psicologico, di tranquillo scorrere del tempo, a condizione nuova in cui tutto è fluido, in movimento, e senza che questo movimento sia razionalmente controllabile.

L’ex voto documenta il momento stesso in cui il dramma si consuma; l’attimo in cui il mondo esplode e la persona diventa pura fisicità soggetta ad altre leggi.

L’assenza di consapevolezza è totale. L’evento assorbe lo spazio, il tempo, l’essere della persona in un turbinio vorticoso, compresso in pochi istanti, in cui niente più è possibile di quanto fosse un attimo prima. E’ l’imprevisto e l’imprevedibile che azzera tutto, ciò che si è e ciò che si ha, abilità e ricchezze, insieme al complesso delle relazioni, di affetti e di interessi. La persona che, tranquilla, percorre la sua strada, o attende al suo lavoro, o é immersa nel quieto scorrere della vita quotidiana, circondata da affetti e relazioni stabili e conosciute, d’improvviso non ha più contatti con se stessa, perde la percezione del fluire della vita. Non è in grado di azioni e reazioni. Il tempo che sta vivendo è talmente ristretto e compresso che non gli è consentito di chiedere o desiderare un aiuto.

Credo che l’essenza della tavoletta votiva sia proprio qui. Il santo è presente all’evento, come sono presenti i parenti, gli amici, i colleghi della vittima; ritratti con le braccia alzate, del tutto impreparati, protestano la loro impotenza, meravigliati e sgomenti incapaci di capire. L’intervento del Santo è contemporaneo, intrinseco all’evento stesso.  Il Santo scende nelle vicende umane, è partecipe e protagonista anche  lui, interviene dall’interno dell’avvenimento cambiandone il naturale esito. Dorotino Matteo nato il 4 aprile 1939 a Manfredonia nell’offrire al San Matteo vuole ricordare con devozione al Santo il giorno 16 ottobre 1970 giorno in cui si accasciò su di lui la tremenda sciagura: mentre rincasava con l’auto finisce contro la murata di pietre capovolgendosi più volte sulla strada ne esce illeso. ( N. 190)

L’intervento di Dio attraverso i suoi santi non è provocato da un gemito o da un’invocazione, non deriva da una promessa, non è frutto di impietosimento. È gratuito, come gratuito e imprevisto è l’incidente occorso. Alcune tavolette votive esprimono esplicitamente e con grande chiarezza  questo fatto. La n. 414 raffigura un incidente occorso a due persone che a bordo di un calesse percorrono una strada di montagna. Arrivati a un ponticello su un profondo canale in fondo al quale scorre un torrente, il cavallo per cause sconosciute s’imbizzarrisce, scavalca la spalletta e precipita nel vuoto trascinandosi il calesse. Il calesse resta ancorato alla spalletta del ponticello col cavallo a mezz’aria appeso ai finimenti. I due passeggeri a capofitto sono giunti quasi sul fondo, dove San Matteo li aspetta con le braccia aperte.

L’ex voto n. 157 raffigura una scena di violenza brigantesca. Un’automobile percorre una strada solitaria. All’improvviso è incrociata da una banda di briganti armati di fucili e bastoni. I passeggeri guardano spaventati. Poi un lampo abbaglia i malviventi. La Madonna Addolorata, col petto trafitto dalle sette spade, s’interpone; gli assalitori alzano le braccia in gesto di meravigliato terrore.

La tavoletta n. 457 narra di una bimba, già pronta per la scuola, col grembiulino e la cartella a tracolla, che cade dal secondo piano. La bimba vola a testa in giù, dal basso le sale incontro con le ali aperte l’Angelo Custode.

De profundis clamavi ad te, Domine

Accaduto  l’evento, la persona si ritrova sola, nuda e impotente in una povertà assoluta e senza speranza. Questo ritrovarsi, benché doloroso e sconvolgente, è tuttavia il primo momento positivo: è il primo attimo di coscienza dopo che l’evento l’ha scaraventata in un mondo sconosciuto. Ora, riacquistato un nuovo scomodo equilibrio, la persona è in grado di percepire i dolori, di far l’inventario dei danni, di guardare se l’abisso in cui è caduta offre qualche via di uscita, se esiste da qualche parte un aiuto su cui fare affidamento.

È il momento in cui si ristabiliscono le relazioni. Il disgraziato si scopre solo, nudo e impotente di fronte agli eventi. Intanto si ritrova vivo, e questo è già un guadagno. Scopre, parimenti, di avere una forza nascosta, di riserva, la forza di chiedere, di invocare,  di rivolgersi almeno col pensiero a qualcuno che può molto più degli eventi. Questo è il momento del ringraziamento e dell’invocazione. Nell’abisso del pozzo fiducioso invocai il tuo nome o San Matteo. Tu mi salvasti. A te la mia riconoscenza e la mia fede eterna. Così recita l’iscrizione della tavoletta n. 240. Non solo i sentimenti sono descritti, ma anche la situazione fisica dell’interessato, finito insieme ad un compagno in fondo a un pozzo. Le alte murate e la solitudine del sito sembrano precludere ogni via di scampo. Non si può non notare in questa iscrizione il riferimento non velato, addirittura una parentela letterale, col Salmo 130 De profundis clamavi ad te, Domine; la profondità del pozzo è l’estrema condizione dell’uomo, rimasto senza ricchezze, né orpelli, né possibilità alcuna. Ha perso tutto, gli è rimasta solo la vita, ma questa è priva di ogni possibilità razionale. Tutto intorno a lui si è eretto un alto muro che non gli lascia scampo; la riacquistata coscienza acuisce il dolore; incombono l’ottusità della mente, l’insensata ribellione e la disperazione. La condizione umana non può essere più bassa. Poi l’estrema debolezza diventa forza di ringraziare per la vita preservata, forza di chiedere aiuto a Dio. L’unica speranza è ritornare nel seno materno, riacquisire la coscienza della propria piccolezza, tendere la mano: Nell’abisso del pozzo fiducioso invocai il tuo nome o San Matteo.

La tavoletta votiva, così letta, diventa un’icona della vita, soprattutto quando il degrado spirituale fa scadere l’uomo a livelli infimi di ottusità mentale, di indifferenza al bene e al male, e di disperazione non avvertita. Lo stato di incoscienza, come negli incidenti, può durare a lungo. Poi arriva il momento in cui la fede illumina l’esistenza umana e le rivela il suo vero stato. Ma questo è già il primo gradino di un nuovo esistere in cui si realizza il rinnovato desiderio di vivere: è il tempo della Grazia che dona il pius credulitatis affectus, primo lampo di vita a cui segue, ineludibile, il bisogno di consolidare questo barlume di nuova esistenza, di risalire dall’abisso del pozzo.

Tornano alla mente le terzine del primo canto dell’Inferno in cui Dante narra di quel primo momento di consapevolezza (mi ritrovai) dopo che il mentis somnum (San Ambrogio, Aeterne rerum conditor, inno delle Lodi di domenica)  lo ha portato a un lungo insensato vagare nella selva oscura (io non so ben ridir com’io v’entrai: tant’era pieno di sonno a quel punto che la verace via abbandonai). Quel primo momento di coscienza gli chiarisce subito la gravità della situazione, la pesantezza del rapporto ricattatorio che subisce da esta selva selvaggia  e aspra e forte  dalla quale è imprigionato e soffocato, dove è vissuto a lungo, ma da cui ora, se non fisicamente, è spiritualmente tanto lontano che il suo stesso ricordo gli  è fonte di terrore, nel pensier rinnova la paura. Tant’è amara che poco è più morte.

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