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Il santuario di San Michele Arcangelo

Scritto da Santuario. Postato in Generale

La storia del culto di San Michele non inizia dal Gargano. In occidente, già prima della fine del sec. V il 29 settembre a Roma si festeggiava la dedicazione della Basilica di San Michele sulla via Salaria.

In Oriente numerosi erano i santuari dedicati a San Michele ubicati nelle vicinanze di sorgenti termali presso le quali si raccoglievano gli ammalati attirati dalle virtù medicamentose dell'acqua.

Quei primi cristiani, ricordandosi dell'angelo che agitava le acque della Piscina Probatica, presso Gerusalemme, rendendole capaci di guarire gli infermi, avevano identificato in San Michele l'angelo benefattore e avevano pensato che fosse il medesimo angelo a rendere benefiche tutte le acque termali, dovunque esse fossero.

Avendo, inoltre, letto nel libro di Giobbe come il nemico di ogni bene, il diavolo, avesse ricoperto il grande Paziente di una piaga maligna dalla testa ai piedi, identificarono nel diavolo il massimo autore del male fisico, oltre che del male spirituale.

Pensarono, allora, che come ci difende contro il maligno dal male dell'anima, così San Michele ci difende dal male del corpo.

La storia del culto di S. Michele sul Gargano è stata a noi tramandata dal Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano, chiamato per brevità Apparitio, redatto tra la fine del sec. VIII e gli inizi del IX.

Gli studiosi dicono che questa operetta, malgrado l'apparente unità, presenta due momenti redazionali diversi.
Il più antico si riferisce agli inizi del culto michaelico sul Gargano risalente al V-VI secolo. In esso si parla dell'arrivo del culto e della consacrazione della basilica fatta personalmente dall'Angelo; si parla anche delle guarigioni operate da S. Michele per mezzo dell'acqua, la Stilla, che veniva raccolta dallo stillicidio della roccia.

Il secondo momento si riferisce alla metà del sec. VII, quando i Longobardi di Benevento, sconfitti nel 650 i Bizantini, occuparono il santuario e unificarono le due diocesi di Benevento e di Siponto fino al quel momento distinte.

Il racconto dell'Apparitio è scandito in tre episodi.

Il primo è quello del toro.
Nella città di Siponto viveva un ricchissimo signore, padrone di grandi armenti.
Era un personaggio importante e conosciuto da tutti. Si chiamava Gargano e il suo nome, dice l'anonimo autore dell'Apparitio, in seguito venne a designare la stessa grande montagna.

Una sera s'accorse che il più bel toro dei suoi armenti mancava alla conta.
Il giorno dopo di buon mattino, con una numerosa squadra di pastori, cominciò ad esplorare la campagna spingendosi fin sui dirupi montani a picco sul mare. Finalmente ritrovò il suo toro sulla soglia di una caverna inaccessibile, alta sulla cima della montagna.
Accecato dall'ira e dalla fatica, Gargano, preso il suo arco, scagliò una freccia contro il toro indocile.

La freccia, però, percorsi pochi metri, come deviata da vento impetuoso, invertì la sua traettoria e colpì lo stesso Gargano che l'aveva scagliata.

Il fatto scosse il torpore della tranquilla cittadina di pescatori e di pastori. Molti traevano funesti presagi. Il vescovo indisse tre giorni di digiuno e di penitenza al termine dei quali gli apparve l'arcangelo Michele. "Hai fatto bene, gli disse l'arcangelo, ad ordinare il digiuno; gli uomini infatti ormai erano diventati troppo pigri nel cercare le vie del Signore... Io sono Michele arcangelo e sto sempre al cospetto del Signore. Questo fatto è avvenuto perché sappiate che questa terra e i suoi abitanti mi sono stati affidati perché io sia loro "ispettore e custode".

Gli studiosi si soffermano molto su questo episodio rilevando in sostanza come esso, al di là degli elementi leggendari e di colore, sottolinei il passaggio della regione garganica dal paganesimo, rappresentato dall'irascibile e potente signore chiamato Gargano, al cristianesimo in cui la montagna diventa il luogo privilegiato della presenza di Dio e dei suoi angeli.

La leggenda del toro fu rappresentata numerose volte dall'Alto Medioevo ai nostri giorni sia in Italia che negli altri paesi europei.

La più antica è una raffigurazione pittorica esistente nello stesso santuario di Monte Sant'Angelo in uno degli affreschi eseguiti alla fine del sec. X sulle preesistenti strutture murarie.

Molto interessante anche un bassorilievo, eseguito fra il XII e XIII secolo, scoperto da qualche anno sul lato orientale del castello di Dragonara in Capitanata. Notevole è anche l'affresco di Iacopo del Casentino, già attribuito a Cimabue, della cappella Velluti nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

Lo storico tedesco Gregorovius, che nel secolo scorso aveva visitato la basilica di Monte Sant'Angelo, ricorda, nella sua opera Passeggiate in Campania e in Puglia, di aver visto lo stesso episodio riprodotto dal Dürer nel palazzo reale di Schleissheim, vicino Colonia.

Il secondo episodio è quello della Vittoria.
Scoppiò una guerra: da una parte i napoletani, presentati dall'Apparitio come ancora pagani, dall'altra, insieme, beneventani e sipontini.

Prima dello scontro il vescovo indisse un digiuno di tre giorni per chiedere la protezione dell'arcangelo. S. Michele gli apparve assicurando vittoria certa. Il giorno dopo i sipontini, lieti della protezione angelica si accinsero a tagliare il passo ai napoletani pieni di spirito demoniaco.

All'improvviso la grande montagna del Gargano cominciò a tremare, e poi a fumare come un vulcano, mentre nella tenebra piovevano sui pagani saette di fuoco.

I napoletani fuggirono atterriti inseguiti da beneventani e sipontini fin sotto le mura della loro città. Gli scampati dal ferro dei sipontini e dalle saette infuocate del monte Gargano, si convertirono al cristianesimo.

Quando i vincitori, tornati al loro paese, vollero salire alla grotta dell'Arcangelo per ringraziarlo, notarono stupefatti un'orma umana, piccola, come di giovinetto, impressa sulla pietra presso la porta settentrionale della grotta.

L'episodio della Vittoria, narrato dall'Apparitio, diventa più chiaro se raffrontato con altre fonti storiche.
Siamo alla metà del sec. VII, intorno al 650. A quell'epoca la Puglia e buona parte dell'Italia Meridionale erano ancora amministrate dai Bizantini.

I Longobardi, attestati saldamente nel ducato di Benevento, compivano frequenti scorrerie nei territori bizantini e miravano decisamente alla conquista della Puglia settentrionale.

Questa situazione non poteva essere chiaramente tollerata dai Bizantini, allarmati dalla crescente attività espansionistica longobarda.

Con una punta di malignità lo storico longobardo Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, afferma che i Bizantini assalirono il Santuario dell'arcangelo Michele a Monte Sant'Angelo attirati dai tesori che custodiva.
In effetti i Bizantini volevano riaffermare con forza la loro autorità sulle fertili pianure della Puglia settentrionale a cui i Longobardi, stretti fra la alture del Sannio, guardavano con grande interesse.

Non ci riuscirono e da questo momento la storia del santuario di S. Michele sul Gargano s'intrecciò strettamente con quella dei Longobardi delle regioni meridionali, ma anche con la storia delle popolazioni longobarde dell'Italia settentrionale e centrale.
A cominciare dalla vittoria dei Longobardi sui Bizantini, si affievolì il particolare orientamento della devozione popolare a S. Michele, venerato come l'angelo della sanità.

La figura di S. Michele venne caratterizzata principalmente nel senso che più chiaramente emerge dalla Bibbia e soprattutto dal libro dell'Apocalisse, quella del Principe delle milizie celesti, difensore dei diritti di Dio.
San Michele divenne, insieme a San Giovanni Battista, il santo nazionale dei Longobardi. La sua immagine fu spesso impressa sulle monete.

Cuniperto quando nel 671 ascese al trono di Pavia fece dipingere l'immagine di San Michele sugli scudi dei guerrieri.
Paolo Diacono riferisce che il duca del Friuli Alahis si rifiutò di affrontare in duello personale Cuniperto perché sullo scudo di questi era raffigurata l'immagine di San Michele su cui aveva giurato fedeltà al re.

Il terzo episodio riferito dall'Apparitio è quello della Dedicazione.
Dopo tutti questi fatti la grotta delle apparizioni fu al centro dell'attenzione religiosa dei sipontini.

I pellegrinaggi si moltiplicavano anche dai paesi vicini e da tutto il ducato di Benevento. Ma non essendo stata consacrata, la grotta non era un luogo di culto, per cui il vescovo di Siponto non sapeva cosa fare. Gli apparve ancora una volta l'arcangelo Michele il quale gli disse di aver provveduto lui stesso a consacrare la Grotta; il vescovo poteva, quindi, tranquillamente compiere atti di culto, celebrare la messa e autorizzare i pellegrinaggi.

Testimonianze epigrafiche

Un santo su misura: S. Michele e i Longobardi.

Da questo momento il santuario garganico fu uno dei centri religiosi più frequentati di tutta Europa.
Recenti studi dell'Istituto di studi classici e cristiani dell'Università di Bari, hanno messo in luce un complesso epigrafico notevolissimo di età compresa fra il VI e il XII secolo.
Esso è costituito principalmente da iscrizioni di pellegrini incise sulle pareti di pietra della primitiva galleria di ingresso del Santuario.
La costruzione della galleria è da attribuire all'interesse che i Longobardi subito ebbero per San Michele. Fino al sec. VII il santuario era costituito dalla semplice grotta che si apriva ben alta, in cima a un'aspra salita, immediatamente sotto vetta della montagna.

I pellegrini che arrivavano dalla valle Carbonara dovevano percorrere gli ultimi 200 metri arrampicandosi sulle rocce per arrivare alla Grotta.
I Longobardi, già nel secolo VII addolcirono la salita costruendo alla base del tratto finale una galleria che serviva come vestibolo da cui si saliva al piano superiore dove un porticato chiudeva la Grotta a settentrione.

Quello fra i Longobardi e San Michele fu fin dal primo istante un rapporto privilegiato; nell'Arcangelo i biondi guerrieri venuti dal nord identificarono l'eroe di Dio, capo delle schiere angeliche, difensore dei diritti di Dio. Essi contribuirono come nessun altro popolo alla diffusione del culto di S. Michele.

D'altra parte, la loro devozione a S. Michele favorì in maniera determinante il passaggio del Longobardi dall'arianesimo al cattolicesimo. Il santuario garganico fu assunto ben presto dai Longobardi a loro santuario nazionale.

In una iscrizione incisa dopo il 687 si attesta che il duca Romualdo I, figlio di Grimoaldo I "spinto dalla devozione, per ringraziamento a Dio e al santo Arcangelo, volle che si realizzasse la costruzione del Santuario e ne fornì i mezzi. Gaidemari fece".

Un'altra iscrizione ricorda la visita al santuario di Romualdo II e di sua moglie Gunperga avvenuta nei primi anni del sec. VIII "L'Angelo Gabriele vi protegga, duca Romualdo, Gunperga. Dio da al re il tuo giudizio e al figlio del re la tua giustizia" con cui il duca Romualdo invoca Dio perché assista nell'esercizio del potere il figlio, il futuro Gisulfo II che regnò dal 742 al 751.

Accanto a queste iscrizioni riguardanti personaggi famosi, si leggono molte centinaia di iscrizioni che ricordano il passaggio di pellegrini di ogni stirpe e ceto sociale.

L'analisi dei nomi, fatta dagli studiosi dell'Università di Bari, denota una netta prevalenza di popolazioni longobarde.
Vi sono tuttavia anche iscrizioni incise nell'antico alfabeto runico che tramandano nomi dell'area britannica.
Durante il medioevo il culto di San Michele si diffuse in tutta Europa. La Sacra Grotta, insieme al Sepolcro di Gesù a Gerusalemme, alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo a Roma e al santuario di San Giacomo di Compostela in Spagna, divenne uno dei quattro grandi grandi santuari della Cristianità.

Il percorso completo venne sintetizzato col motto "Deus, Angelus, Homo". A questi santuari ci si recava per esigenze penitenziali; spesso, infatti il cammino di conversione si identificava col pellegrinaggio a uno di questi quattro santuari.

La fatica del cammino, la lontananza dalla casa e dalle comodità, la precarietà delle situazioni, l'asprezza delle condizioni, i pericoli e i disagi delle contrade sconosciute ponevano il pellegrino nelle condizioni di tornare a se stesso, di sperimentare la provvidenza di Dio, la carità dei fratelli, il senso della propria miseria, la dolcezza della scoperta di Dio come unico bene e unica speranza.

Frequentemente questi santuari erano arricchiti della indulgenza plenaria, soprattutto in occasione dei Giubilei.
Si moltiplicarono i santuari dedicati all'Arcangelo, soprattutto lungo le grandi vie di comunicazione battute dai pellegrini.
Molto spesso, nella costruzione di questi santuari veniva murata, tra le opere di fondazione, una pietra proveniente dalla Grotta di Monte Sant'Angelo, ed elargita, come speciale segno di benevolenza, dagli stessi Papi.

La pratica, tuttora in uso, è antichissima essendo stata regolata addirittura in una disposizione di papa Gregorio II (715-731).
Tra i personaggi più importanti che visitarono il nostro santuario si annoverano diversi Papi.

L'ultimo Papa pellegrino alla Grotta dell'Arcangelo è stato Giovanni Paolo II, nel maggio del 1987.

La tradizione assegna a Gelasio I, sotto il cui pontificato, alla fine del sec. V, si ebbero le apparizioni di San Michele sul Gargano, l'inizio della serie dei papi pellegrini. Certamente pellegrino è stato Leone IX nel 1049, nello stesso anno della sua elevazione al soglio pontificio.

Nel 1093 era pellegrino sul Gargano Urbano II, il banditore della prima Crociata.

Con molta probabilità anche il pontefice Callisto II fu pellegrino alla Grotta di San Michele in occazione del concilio di Troia dell'anno 1120.

Il papa Alessandro III, l'intrepido oppositore di Federico Barbarossa e protettore dei Comuni Lombardi, fu pellegrino nel gennaio 1177 quando consacrò la chiesa dell'Abbazia di Pulsano, nei pressi di Monte Sant'Angelo.

Anche Gregorio X, proveniente dalla Palestina, dove era stato sorpreso dalla elezione a papa, salì all'inizio del 1272 alla sacra Grotta, prima di recarsi a Roma dove fu consacrato.

Molti altri sono i papi che la tradizione dice essere stati pellegrini alla Grotta dell'Arcangelo.
Anche molti regnanti si recarono pellegrini alla Basilica Angelica. Sopra si accennava ai molti personaggi delle case regnanti lingobarde. Il più importante e noto imperatore pellegrino fu Ottone III di Sassonia.

Costui il 29 aprile 998 aveva fatto decapitare sugli spalti di Castel S. Angelo a Roma Giovanni, detto Nomentano, della celebre famiglia romana dei Crescenzi, che si fregiava del titolo di Senator omnium romanorum, nel tentativo di porre fine allo stato di endemica confusione in cui erano cadute Roma e la sede Apostolica per la presenza ingombrante e sovvertitrice di alcune grandi famiglie, tra cui i Crescenzi.
Il saeculum obscurum, in cui gli accadimenti ebbero luogo, era fecondo di vicende tenebrose e confuse, di tradimenti, di ricatti per cui niente era quel che sembrava.

Ma Ottone III era troppo buon cristiano per non sentire il peso del suo delitto. Dopo un lunghi colloqui con i suoi direttori spirituali, San Romualdo fondatore dell'eremo di Camaldoli e San Nilo fondatore del monastero di Grottaferrata, su imposizione di San Romualdo, nel 999 iniziò il suo viaggio penitenziale verso la Grotta dell'Arcangelo per espiare il suo peccato.

Il viaggio da Roma al Gargano fu come un bagno ristoratore per le contrade attraversate. Dovunque l'imperatore penitente suscitò un rinnovamento spirituale; tutti i cronisti dell'epoca sottolinearono il ritorno alle fresche sorgenti della spiritualità che il viaggio imperiale aveva suscitato non solo fra le classi aristocratiche, ma anche fra il popolo.

L'imperatore restò diversi giorni a Monte Sant'Angelo, e di ritorno, trascorse altri quaranta giorni in stretta penitenza nel monastero di S. Apollinare in Classe, presso Ravenna, dove il suo amico San Romualdo era Abate.

Anche Enrico II, detto il Santo e venerato come tale dalla Chiesa Cattolica, successore di Ottone III, si recò come pellegrino a Monte Sant'Angelo. Il piissimo Imperatore era molto devoto dell'Arcangelo Michele, a lui aveva dedicato una grande Badia benedettina fondata presso Bamberga; l'incoronazione a Imperatore era avvenuta, inoltre, nella chiesa di San Michele a Pavia.

Il pellegrinaggio di Enrico II avvenne nella primavera del 1022 e fu tramandato alla storia da un episodio straordinario. L'imperatore volle trascorrere una notte nella Mistica Grotta. Durante la preghiera ebbe la visione di innumerevoli schiere angeliche, che cantavano attorno all'altare e vi celebravano il culto mentre Dio stesso, per mezzo di un angelo, gli faceva baciare la Bibbia.

Tra i pellegrini illustri dobbiamo annoverare anche la contessa Matilde di Canossa, e poi una moltitudine di re e regine di tutte le case regnanti che si sono succedute a Napoli, in Italia e in tutta Europa fino ai Borboni di Napoli e ai principi di Casa Savoia.

Fra i Santi pellegrini sono da ricordare, oltre ai Santi Guglielmo e Pellegrino, Guglielmo da Vercelli, Giovanni da Matera e Francesco di Assisi, di cui si è parlato sopra, anche una innumerevole schiera di Santi attirati non solo dalla figura dell'Arcangelo ma anche dal misticismo dei luoghi, dalla loro solitudine raffinata e piena di presenze.

Si ricorda che San Tommaso d'Aquino, prima di trasferirsi a Parigi, mentre era professore di Teologia a Napoli, avendo accettato dal Re Carlo I d'Angiò di tenere pubbliche lezioni a Foggia in cambio di un'oncia d'oro, tra una lezione e l'altra si recò al santuario dell'Arcangelo.

Un altro santo domenicano pellegrino fu San Vincenzo Ferreri invitato dalla lontana Spagna a predicare in Puglia per ricondurre alla fede cattolica gli eretici Valdesi.
Furono pellegrini anche Sant' Antonino da Firenze, San Camillo De Lellis e tanti altri.
Non tutti i visitatori del santuario furono pellegrini. Come tutte le strade, anche quelle dei pellegrini spesso sono battute da briganti e grassatori.

Molte volte è accaduto nella storia che illustri personaggi non abbiano visitato il santuario per arricchirlo con l'omaggio di umile offerta, segno di animo devoto, bensì abbiano asportato e depredato, magari con la comoda copertura di ideologie correnti.

Greci, Longobardi e Saraceni spesse volte considerarono il Santuario come una sorta di cassaforte ove attingere risorse e ricchezze.

Fra gli episodi più truci sono da ricordare la spoliazione del normanno Guglielmo I il Malo accaduta nel 1160.

Altro episodio degno di memoria fu la pesante imposizione di consegnare i vasi sacri fatta da Federico II di Svevia nel 1229.

Ma anche sovrani di confessata fede cattolica non esitarono a raccogliere preziosi frutti nella vigna del Signore.

Così Alfonso I di Aragona, nel 1442 asportò dalla Celeste Basilica la statua d'oro per farne monete, dal suo nome chiamate Alfonsine.
Gesto analogo fu quello di Ferdinando I d'Aragona il quale nel 1461 fece man bassa di tutti gli oggetti preziosi della Basilica e della stessa statua d'argento.

Tutto fu trasformato in monete sonanti le quali, ornate dell'effigie dell'Arcangelo, furono chiamate Coronati dell'Angelo.

L'ultima grande ruberia fu fatta il 2 marzo 1799 dai soldati francesi del generale Duhesme.
Misero a sacco l'intera città; il solo santuario fruttò tanta roba preziosa da caricarne 24 muli. Nulla sfuggì all'accurata caccia della soldataglia.

Fu ripetuto così, nel 1799, il gesto sacrilego già compiuto nel 1528 da altri francesi non meno rapaci appartenenti alle soldatesche di Francesco I.

Anche oggi il pellegrinaggio è una realtà viva nella sua valenza ecclesiale e salvifica: esso è fatica di trasformazione attraverso la penitenza, silenzio interiorizzante, esercizio di fraternità, progressivo percepire la propria partecipazione alla città dei santi.
E' in definitiva il viaggio della vita che viene a concludersi nella Casa del Padre, simbolicamente rappresentata dalla penombra piena di presenze e di mistero della Caverna dell'Angelo.

Oggi il santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo si presenta sempre come una delle capitali spirituali di tutta l'Italia Meridionale, vero crocevia dello spirito, dove le strade di molti popoli confluiscono favorendo scambi e unificando i cuori in un continuo storico con le esperienze spirituali di popoli che da oltre quindici secoli, ininterrottamente, continuano a varcare la soglia della misteriosa caverna.

Negli ultimi decenni la facilità e rapidità dei viaggi e la relativa disponibilità finanziaria hanno privato il pellegrinaggio della componente "fatica" che prima consentiva di percepire, anche visivamente, l'impegno penitenziale dei pellegrini.

Negli ultimi tempi, poi, spesso non è facile distinguere fra pellegrinaggio e turismo religioso.Sono rimasti diversi pellegrinaggi molto attivi e in piena espansione i quali hanno conservato alcuni importanti caratteri dei pellegrinaggi antichi.

Essi sono intesi come dei veri e propri esercizi spirituali nei quali un gruppo di persone, spesso di numero considerevole, vive appartato e separato dalla vita di ogni giorno, tutto teso alla preghiera e alla meditazione.

Il pellegrinaggio di San Marco in Lamis è uno dei pochi rimasti che esprima, anche visivamente, tutta la spiritualità del pellegrinaggio.

Esso prende le mosse verso la metà di maggio da San Marco in Lamis, cittadina posta a circa 30 chilometri ad occidente di Monte Sant'Angelo, lungo la Via Sacra Langobardorum. Attualmente la comitiva è composta da circa 300 persone, dagli anziani ultra ottantenni ai bimbi di pochi mesi.
Il pellegrinaggio dura tre giorni di cui il primo e il terzo dedicati al viaggio fatto interamente a piedi. Il secondo giorno è dedicato alle devozioni nella Grotta dell'Angelo. Il viaggio si snoda per monti e valli in un andare faticoso e lieto. Ogni chiesa, ogni cappella rurale che si incontra è un momento di gioia; ogni ora della giornata viene santificata. Il viaggio è la rappresentazione visiva del viator che a piedi, impolverato e umilmente si reca da chi rappresenta l'unica sua speranza.

Arrampicarsi su per le aspre e odorose balze del Gargano è rappresentare la tenacia quotidiana di chi non si rassegna alla vita, che vuol superarla e tende con tutte le forze alla meta dove troverà la sua pace.

Sulla sommità del monte Dio ha posto la sua dimora. La preghiera santifica ogni metro di strada facendo di ogni istante un momento di grazia; la preghiera è il centro del pellegrinaggio, l'attività principale intorno a cui ruota ogni altro aspetto.

Il pellegrinaggio sammarchese conserva un elemento densamente simbolico della spiritualità penitenziale. All'inizio della salita della Costa, le persone che per la prima volta partecipano al pellegrinaggio si caricano di una pietra. Nei tempi antichi doveva essere di peso rilevante, ora invece è di consistenza limitata e simbolica. La pietra rappresenta i peccati personali. La salita si compie sotto il peso dei propri peccati interamente e dolorosamente percepiti. Arrivati in cima, i pellegrini esprimono il ripudio del passato e la gioia del ritorno alla giustizia scagliando nel profondo della valle la loro pietra simbolo di una vita ormai trascorsa.

Quando finalmente il pellegrino arriva, sente prepotente il bisogno di estrinsecare la gioia e di rendere grazie: si inginocchia, bacia la terra, tocca le porte del tempio, le bacia, incide il nome sulle pareti, spesso lascia l'impronta del piede o della mano. Sperimenta finalmente la pace nella penombra familiare della casa di Dio.

Quando il pellegrino arriva sotto le mura del santuario trova una città che il fluire del tempo pare non abbia scalfito. Il rumore delle automobili e il luccichio delle vetrine non appannano il senso dell'appartenenza a un mondo antico, ma non trascorso, in cui il fluire delle comitive recenti si innesta al salmodiare dei pellegrini antichi.

La continuità delle esigenze spiriuali, dell'offrirsi e del riceversi santificati, il senso della comunione dei santi qui è totale. Il pellegrino percepisce di essere l'ultimo di una lunga catena umana, iniziata quindici secoli fa, che si snoda attraverso l'eterno rosario dei dolori e delle gioie, della fatica, della preghiera e del rinnovarsi nella pace del Signore. Anche il pellegrino giunto per la prima volta avverte questo luogo come già conosciuto e desiderato.

La città lo accompagna in questo ritrovarsi con la suggestione dei suoi scorci, con la discreta bellezza dei suoi palazzi e delle chiese. Il pellegrino s'accorge che tutta la città, così varia per le sue architetture, i suoi musei, il suo stupendo inserirsi tra mare e boschi, tende e confluisce, come alla sua unica ragion d'essere, verso il santuario.

Il santuario, a sua volta, s'inserisce perfettamente e con grande discrezione in un tessuto urbano sobrio in cui l'aristocrazia dello spirito è del tutto evidente.

P. Mario Villani