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Il santuario, i frati e i soldi dei pellegrini

Scritto da Santuario. Postato in Generale

Con quali mezzi vivono i Frati?  Come fanno a mantenere questo monastero così antico? e come fanno a sostenere le spese necessarie per le varie attività spirituali, artistiche e culturali? Il convento non ha rendite né proprietà e le magre pensioni dei Frati non consentono voli pindarici. Non resta che la "Mensa del Signore", come San Francesco chiamava il confidente abbandonarsi alla volontà e Provvidenza di Dio. Qui la "Mensa del Signore" è costituita dai pellegrini e dagli amici. Questi possono essere legittimamente orgogliosi: la quasi totalità delle opere che hanno reso il nostro santuario un punto di riferimento importante nella Capitanata sono state realizzate con il denaro da essi affidato ai frati.

La storia della permanenza dei frati francescani a San Matteo, lunga ormai oltre quattro secoli, è intrecciata in un rapporto intimo e fecondo con le popolazioni garganiche, con quelle del Tavoliere delle Puglie e con i pellegrini; in questo rapporto l'aspetto economico, se non è il più importante, è tuttavia quello che meglio ne rivela la profondità e la continuità,

L'accumulo di tante piccole offerte, che nel complesso costituiscono somme considerevoli, e il suo protrarsi in termini sostanzialmente uniformi per oltre quattro secoli non ha altra giustificazione al di fuori delle motivazioni religiose che si fondano sulla speciale considerazione della ricchezza instaurata da Gesù Cristo e sulla consapevolezza, tenace nonostante il dilagare dell'egoismo individualistico, dell'appartenenza alla Chiesa.

L'offerta fatta al santuario è eminentemente espressione della fede nell'unico Dio padre di tutti, a cui tutte le cose create devono servire; è volontà di contribuire col frutto del proprio lavoro al decoro della casa di Dio; è consapevolezza che il proprio denaro, affidato a mani esperte e disinteressate, può fruttare per la comunità contribuendo a sollevare le condizioni dei poveri, a istituire e migliorare servizi di accoglienza dei pellegrini, ad allargare l'area di fruizione dei beni culturali, a migliorare l'immagine del proprio territorio dinanzi ai forestieri.

Qualche appunto di storia

Alla metà del '500 l'antico monastero di San Giovanni in Lamis, che la gente cominciava a chiamare San Matteo, sembrava che stesse per esalare l'ultimo respiro. Nonostante le notevoli ricchezze fondiarie amministrate dall'Abate Commendatario, l'edificio sembrava sul punto di crollare; i benedettini erano partiti e anche i cistercensi, pur continuando ad essere nominalmente i proprietari, erano spariti. Nessuno si occupava di tener su le strutture pericolanti, nessuno che si occupasse della chiesa, nessuno che accogliesse i pellegrini. Gli unici a perpetuare ostinatamente la loro  presenza nel fatiscente monastero erano i pellegrini diretti alla Grotta dell'Arcangelo Michele a Monte Sant'Angelo che vi sostavano per l'ultimo riposo prima di affrontare il tratto più faticoso della via. Verso la metà del sec.XVI, essendo stata portata la reliquia di San Matteo, si era sviluppata una nuova categoria di pellegrini: quelli che dalle fertili pianure del Tavoliere e dalle aride balze del Gargano venivano a visitare San Matteo, diventato molto popolare fra i contadini e i pastori.

Furono i pellegrini a determinare il radicale cambiamento del monastero. Nel 1578 l'abate commendatario Vincenzo Carata stipulò una convenzione con i Frati Minori Osservanti della Provincia di Sant'Angelo nella persona del ministro provinciale p. Luigi da Nola. I 12 frati di cui si parlava nella convenzione arrivarono il 14 aprile del 1578: accoglievano i pellegrini vecchi e nuovi, confessavano, predicavano. In compenso, per il loro mantenimento, l'abate commendatario corrispondeva un piccolo avaro emolumento di 12 scudi annui con cui a mala pena riuscivano a sfamarsi.

I primi decenni della permanenza dei Frati Minori a San Matteo furono duri. L'antico monastero, malandato e abbandonato a se stesso, si era ridotto a un rudere. Alla fìne del sec. XVI l'arcivescovo di Manfredonia riferiva che l'edifìcio era quasi distrutto e i pochi frati dimoranti pauperrimi.

Poi qualcosa cambiò. All'inizio del sec. XVII molti pellegrini, specialmente quelli provenienti dal Tavoliere e dal Gargano, avendo sperimentato  la disponibilità, la dottrina, l'intensa pietà, la vita esemplare dei frati, cominciarono a chiamarli per corsi di predicazione, per amministrare il sacramento della confessione, per portare la pace nelle famiglie e nelle fazioni, per la benedizione degli animali e per l'evangelizzazione delle campagne. In cambio colmavano i frati di ogni ben di Dio: grano, vino, lana, formaggi arrivavano copiosi nei magazzini del convento insieme ad agnelli, maialetti, vitelli e puledri che riempivano gli stazzi di cui i dintorni erano pieni. La provvidenza era tanta che non si faceva in tempo a consumarla; si cominciò a vendere il di più e a consegnare il ricavato ai Superiori Maggiori che lo utilizzavano per i bisogni della Provincia Monastica; s'impiantò una piccola industria tessile che trasformava la molta lana ricevuta in panni per confezionare i sai dei frati. Nel secondo decennio del sec. XVII le condizioni economiche della piccola comunità erano del tutto mutate. La fraternità s'ingrandì con la venuta dei novizi. Un nugolo di fratelli laici percorrevano le campagne del Gargano e del Tavoliere spingendosi fin sul Subappennino meridionale al limite dell'Irpinia e riportavano in convento grandi quantità di derrate alimentari, di animali e di lana.

Tentando di approfondire, dobbiamo dire che le ragioni di questo cambiamento vanno cercate essenzialmente nel mutato rapporto dei frati con le popolazioni. Nel 1578 i frati erano venuti a servire l'Abate Commendatario, vale a dire a svolgere nella chiesa di San Matteo un servizio religioso per conto e a nome del titolare dell'abbazia, il quale li ricompensava con un magro stipendio. Il loro servizio e il relativo compenso, pertanto, non andavano oltre un'impostazione specificamente feudale, verticistica che faceva del barone il supremo referente di tutti i rapporti che si svolgevano con e tra i sudditi. Dall'inizio del sec. XVII i frati si affrancarono da questa ipoteca servile riscoprendo un rapporto immediato e libero con le popolazioni locali e i pellegrini di passaggio a cui prestavano con sempre maggiore impegno il servizio della parola di Dio e dei sacramenti. La conseguenza fu che, come i frati liberamente si  assunsero  la responsabilità dell'accoglienza e dell'evangelizzazione, così i pellegrini si assunsero liberamente l'onere di provvedere materialmente a chi con tanta disponibilità provvedeva loro spiritualmente. Questo scambio è anche oggi alla base della vita stessa di San Matteo.

Qualche dato per rinfrescare la memoria.

Nel 1974 è stato completato il piazzale con la realizzazione di importanti opere di rinforzo; sono stati completati anche i viali che circondano il convento con l'uso massiccio di pietra locale opportunamente attestata da esperti scalpellini per i parapetti e gli impiantiti. Nel 1974 è stato acquistato un campo adibito a parcheggio per i pellegrini. Negli anni 1976-77 e 1984-85 è stata interamente restaurata la chiesa con la cappella delle confessioni, gli altari laterali, il pronao, il coro ligneo con una spesa complessiva di oltre 600.000.000 di lire. All'interno del convento vi è stato il recupero di splendidi locali medievali come la sala della fraternità, la sala del fuoco, la cucina, l'ingresso della biblioteca con una spesa complessiva di oltre 300.000.000. Ne 1978 è stato costruito nel pressi del convento un elegante edificio che ospita i servizi per i pellegrini e nel 1991 è stato istallato il grande organo con una spesa di 260.000.000 di lire. Tutte queste realizzazioni sono frutto del lavoro, della generosità e dello spirito di servizio degli amici e dei pellegrini. Dall'estate del '97 una ragnatela di ponteggi avvolge il convento; è il segno della cura e della preoccupazione di tener su un edifìcio le cui strutture più antiche hanno toccato i tredici secoli di vita. Il tetto del convento, indebolito dal terremoto del '94, sconvolto dalle nevicate del '95, aveva bisogno di cure urgenti; almeno due terzi andavano interamente rifatti e il resto aveva bisogno di rinforzi: altri 800.000.000 di lire interamente reperiti presso gli "amici spirituali", i nostri pellegrini, come li chiamava San Francesco. Fra l'una e l'altre di queste opere "maggiori", una miriade di opere "minori" scandiscono regolarmente il corso dell'anno mostrando che San Matteo non è solo un importante centro spirituale e culturale, ma anche un'azienda che produce lavoro con regolarità. La presenza di muratori, ingegneri, anchitetti, scalpellini, restauratori, insieme agli studiosi, agli editori, agli artisti ecc. a San Matteo è un dato costante.

Il 1997 ha visto la fine dei lavori di restauro e di arredamento della sacrestia: altri 100 milioni di lire, tutti raggranellati con le offerte dei pellegrini e degli amici. La sacrestia è diventata il fiore all'occhiello d San Matteo, il luogo dove meglio si esprime l'ansia di rivivere la storia dell'antico monastero come una storia di uomini che, pur nei mutamenti delle varie epoche, mai smettono di pensare a Dio come alla loro meta, mai dimenticano di esser pellegrini e forestieri in questo mondo, ricchi solo della grazia di Dio e del loro piccolo dono offerto con cuore puro.

In questi ultimi anni è stato il turno dei contrafforti medievali dello spigolo nord-occidentale col grande fornice di accesso, del corridoio di ingresso e del loggiato seicentesco. Oggi San Matteo è un libro aperto su cui il fluire della storia si svela con una grande quantità di segni molti dei quali chiaramente leggibili. I frati continuano ad essere amministratori di questo immenso patrimonio di pietà e di storia nella certezza che anche il loro piccolo e indefesso impegno vissuto nella fedeltà alle promesse fatte a Dio, come il piccolo e sublime dono della vedova evangelica, contribuirà a costruire il Regno di Dio.

P. Mario Villani