Mons. Luigi Padovese e il piccolo gregge di una Chiesa sempre nascente

Abbiamo conosciuto mons. Luigi Padovese nel febbraio del 2007. Eravamo un bel gruppo di Frati pugliesi ospiti nel suo episcopio a Iskenderun, città conosciuta nella storia delle crociate col nome di Alessandretta, ma fondata da Alessandro Magno col nome di Alexandria ad Issum per ricordare la vittoria su Dario nella battaglia di Isso combattuta nel 333 a. C. Nella Cattedrale celebrammo il Mercoledì delle Ceneri. Mons. Padovese presiedette la celebrazione e ci impose le sacre ceneri.

Volevamo, se non proprio conoscere, almeno entrare in contatto con una realtà, quella della Turchia, della quale conoscevamo solo poche notizie dai manuali di storia e le nefandezze che le nostre nonne ci raccontavano: “mamma, li turchi!”. Vero è che di quella regione, dalla storia romana chiamata Provincia di Asia, in seguito Turchia, sapevamo già molte cose. Antiochia, Efeso, Smirne, Nicea, Ancira, la Lidia, la Panfilia, la Cilicia ecc. erano realtà su cui si era tessuta gran parte della storia greca e romana e la storia della Chiesa dei primi secoli; e poi la Cappadocia, Pergamo, le chiese dell’Apocalisse, e Tarso dove S. Paolo aveva visto la luce.

Ma queste memorie si appannavano e quasi svanivano al ricordo dell’eccidio di Otranto, della “chianca amara” di Vieste e del sacco di Manfredonia del 1620. E poi, la grande storia, che aveva fatto dell’Adriatico meridionale e del Canale di Otranto una frontiera armata, diventava domestica nel ricordo delle incursioni barbaresche sulle coste del Gargano settentrionale, delle guardie armate che proteggevano la processione della Madonna di Merino a Vieste e delle armerie che non mancavano mai nei conventi francescani di Rodi e di Vico, di Vieste e di Sannicandro. Giù per i secoli, attraverso la storia di Venezia e la battaglia di Lepanto, si arrivava alla guerra italo-turca del 1912.

La nostra visita in Turchia, anche con l’aiuto di Mons. Padovese, ci ha mostrato un paese civile e ospitale, amico dell’Italia e degli italiani, aperto al nuovo, affamato di Europa; ma anche pieno di tutte le contraddizioni derivanti dalla sua storia tormentata, perpetuamente in bilico fra tecnologia e medioevo, laicismo conclamato e radicalismo religioso rinascente, richiami ancestrali di vita tribale nelle steppe dell’Asia centrale, blocchi religiosi e ineludibili necessità di nuovi rapporti.

Andammo in Turchia per assaporare lo spirito della Chiesa nascente. Ma non furono le rievocazioni storiche, né le dotte esposizioni a scuotere il nostro torpore di cristiani d’abitudine, quanto il contatto vivo con una realtà non dissimile da quella in cui erano vissuti S. Ignazio ad Antiochia e S. Policarpo a Smirne: un piccolo gregge di Cristo immerso in un mare immenso di persone che professano altra fede, che guardano il futuro con altre prospettive. Una Chiesa che ogni momento deve rinnovare il suo atto di fede per non rinunciare, che guarda oltre, s’inventa sempre nuove forme di presenza e di comunicazione, esercita la virtù della prudenza e della fortezza.

Quella turca è una Chiesa che, come ricorda la Lettera a Diogneto, accetta le ristrettezze imposte da assetti culturali e dalle leggi, ma nello stesso tempo è consapevole che il suo destino è l’universalità del bene sparso dallo Spirito su tutta la faccia della terra. L’incontro con Mons. Padovese, in quel bel Mercoledì delle Ceneri nella Cattedrale di Iskenderun è stato un momento privilegiato della nostra vita di Frati e di Sacerdoti. Questo Cappuccino, già stimato professore nelle Università romane, preferisce il suo piccolo gregge e la sterminata pletora dell’umanità turca, in genere rispettosa ma sempre diversa e multiforme, spesso diffidente, a volte ostile, qualche volta amica.

Le sue poche decine di cristiani cattolici e le sue tre suore di Tarso, tutta la cristianità della città di S. Paolo, perdono un pastore buono e disponibile. A noi, abituati ad altri climi, e irretiti da consolidate pigrizie, Mons. Luigi Padovese ha fatto assaporare per un momento il profumo della Chiesa che ogni giorno nasce, povera, ricca di fede, creativa, che guarda al futuro con realismo ottimista e tenace, che non ha paura del presente col quale dialoga pur conoscendone i limiti. La sua morte ci ha addolorati, la Chiesa e la Famiglia Francescana hanno perduto un valido operatore del Vangelo, ma hanno guadagnato un luminoso testimone.

P. Mario Villani

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