Incontro con l’Ortodossia

Ortodossia, mondo ortodosso, Chiesa Greca, Chiesa Russa, cristiani ortodossi. Molte volte abbiamo incontrato questa parola a cui ci siamo accostati con sufficienza e diffidenza, distrattamente, raramente con serietà, quasi mai con profondità.

Eppure le nostre città, quasi tutte di antica e consolidata tradizione cattolica, ormai sono piene di rumeni,  albanesi, russi e bielorussi, ucraini e bulgari, greci e macedoni, quasi tutti di confessione cristiana ortodossa.

Oggi, più di prima, è necessaria la conoscenza. La vita che si dipana dinanzi a noi non ci consente di vivere aggrovigliati sulle nostre ubbie e tradizioni. Ciò che sappiamo non ci basta più per organizzare il lavoro, lo  sviluppo, l’organizzazione sociale, i rapporti con le culture e la stessa vita familiare. Il sistema delle comunicazioni ha rimpicciolito il mondo. Il Mediterraneo da molti secoli non è più il Mare nostrum, oggi non è più neanche un mare, è un laghetto che si può attraversare da una capo all’altro in poche ore. Cattolici, ortodossi e musulmani possono parlare fra loro quando vogliono e come vogliono, possono vedersi, stabilire contatti duraturi, possono studiare, discutere, litigare quando e come vogliono. Il Mare nostrum è il cortile di un condominio in cui tutti si conoscono, tutti si spiano, dove tutti convengono per giocare e contrattare.

Anche per la religione cristiana il Mediterraneo ha riconquistato il suo proprio ruolo di via di comunicazione e di incontro che aveva quando era il Mare nostrum.

Con questo spirito il sottoscritto, P. Mario e P. Gabriele, superiore del convento, insieme a un nutrito gruppo di Frati pugliesi, abbiamo preso un aereo e in qualche ora eravamo a Salonicco, nella Grecia nord orientale. Qualcuno, ortodosso, ci ha subito ricordato che il nome proprio della città che chiamavamo Salonicco è Tessalonica, dove S.Paolo ha dato vita a una delle prime comunità cristiane in territorio europeo. Ci ha ricordato che a questa comunità S. Paolo ha inviato ben due lettere, e che, quindi, anche noi cattolici possiamo considerarci un po’ cittadini di Tessalonica, e della stessa famiglia dei cristiani ortodossi. Una bella lezione di teologia familiare.

Abbiamo fatto tappa poi a Filippi, la famosa città Filippo II e del figlio Alessandro Magno dove S. Paolo ha battezzato la prima cristiana europea, Santa Lidia. Nel luogo del battesimo di Santa Lidia, sulle rive di un vivace ruscello, i fratelli ortodossi hanno allestito un piccolo bellissimo luogo di culto perfettamente inserito dell’ambiente naturale, dove spesso si celebrano i battesimi e dove le mamme portano i loro figli appena battezzati per rinnovare insieme con loro le promesse battesimali.

Da Filippi proseguiamo verso il piatto forte del nostro soggiorno in Grecia: Monte Atos o Santa Montagna, come la chiamano i Greci. Ci imbarchiamo a Ouranopoulos e costeggiamo la riva occidentale del Monte Atos. Il Monte è costituito dal corno settentrionate del tridente con cui termina la Penisola Calcidica. Il Monte è una striscia di terra montagnosa e ammantata di fitta boscaglia, lunga circa 45 kilometri e larga 15. Lungo le rive, incastonati nel verde cupo dei boschi, incontriamo diversi monasteri. Piove, spira un vento gelido, spesso arrivano spruzzi di neve secca e pungente. La mia macchina fotografica non ne vuol sapere di tornare al calduccio della cabina; è ingorda di immagini, scruta con attenzione i segni di un presente che è sempre presente da oltre mille anni.

Qui la terra si apre al cielo con tante finestre sull’eternità. I monasteri ai nostri poveri occhi occidentali ammalati di efficienza sono enormi, vere e proprie città. Sono costruzioni inusitate, assurde, piene di guglie, di cupole, torri antiche e moderne, campanili e palazzi di molti piani fra cui, guardando dal mare, s’indovina un intrico di stradine0 e cortili. In questi quadri fantastici tuttavia, come ci accadeva quando, bambini, guardavamo nei libri di favole i magici castelli delle fate, ci riesce di intuire delle verità ancora nascoste, ma ben reali, di quelle verità che ti tirano e ti cambiano anche se non ne sei perfettamente consapevole. Alcuni sono cinti di mura, altri si espandono sui pendii e lungo la costa.

Ogni complesso è fortemente unitario, arroccato intorno alla chiesa, ma nello stesso tempo ampiamente aperto al cielo e al mondo con una infinità di finestre, balconi e terrazze. Sembra che i monaci abbiano armonicamente coniugato elementi apparentemente lontani e discordanti: la solitudine piena di denso e continuo rapporto con il Signore in un ambiente spirituale fortemente silenzioso e concentrato, e l’aria aperta, i colori della natura, il cielo terso o nuvoloso, il mare placido o tempestoso i rumori del vento e il canto degli uccelli.

Sbarcati a Dafni, un pulmino ci porta sulla costa settentrionale del Monte Atos. La foresteria del monastero del Pantocrator è il nostro soggiorno. Il monastero sembra deserto, qualche monaco fa rapide incursioni e sparisce. L’aria è gelida, piove, ogni tanto arriva una manciata di neve, sotto le finestre il mare si esprime al meglio con lunghi e fragorosi ruggiti. Ci rifugiamo nell’ampia sala della foresteria dove arde il caminetto alimentato dai generosi boschi del Monte. Partecipiamo alla liturgia del Cherubicon. In chiesa facciamo fatica a trovare un posto dove sostare: solo pochi stalli disposti a semicerchio in un’architettura estranea alla nostra mente. L’ambiente è buio. Solo poche lampade ad olio bucano qua e là l’oscurità. Durante la liturgia le fiammelle vivono di vita propria: alcune si spengono, altre si accendono, in certi momenti se ne aggiunge qualcuna, e se ne spegne un’altra.

Qui la luce non serve ad illuminare, a rendere visibile la casa e gli oggetti; non ha una funzione strumentale. Le fiammelle che occhieggiano nell’oscurità sono le anime ardenti di generazioni di monaci che vegliano e pregano nella tremula fragilità della loro fede; sono nello stesso tempo il segno che Dio è presente nelle vicende umane pur nella fioca luce del suo discreto vegliare. La preghiera dei monaci è un canto continuo la cui parentela col nostro canto gregoriano, benché ampiamente attestata dagli studiosi, è difficile da ravvisare. Toni e modulazioni estranee al nostro gusto ci riempiono l’anima di sensazioni sconosciute: è un altro mondo su cui per un momento ci siamo fugacemente affacciati, senza il tempo di un approfondimento o di una riflessione. E però quell’attimo ci riempie la mente di punti interrogativi.

Altre tappe importanti sono le Meteore: monasteri sospesi in cielo, appollaiati come nidi di aquile in cima a enormi sassi alti centinaia di metri Il tempo inclemente privano le Meteore del loro spettacolare apparato di scorci e di paesaggi, i colori si appiattiscono sul grigio. In compenso la nebbia, la pioggia e la neve ci introducono con maggior forza in ciò che probabilmente era nelle intenzioni dei padri fondatori: immergersi nel mistero di Dio, porre vita e fiducia, refugium et virtus nelle mani dell’Altissimo plasticamente rappresentato dal potente slancio verticale di queste torri: “Si, mio rifugio sei tu, o Signore!”. Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora; non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. (Ps. 91, 9-10).

Abbiamo solo sfiorato il mondo dell’Ortodossia e, di esso, da lontano, solo il luogo misterioso della spiritualità monastica greca. Il cammino di conoscenza ancora non inizia. La nostra visita è solo la presa d’atto dell’esistenza di un mondo nostro stretto parente, ma di cui non sappiamo nulla. Portiamo a casa sensazioni e segni non equivoci di un mondo apparentemente lontanissimo, ma effettivamente domestico e vicino.

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