Santuario di San Matteo sul Gargano dei Frati Minori
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Pellegrini a san Matteo
 

I pellegrini da San Salvo

1 maggio 2010.

Pellegrini da San Salvo fanno sosta al santuario di san Matteo.


Salgono ancora in devoto filare, guidati dalla croce, i Romei a S. Matteo.

Arrivano affannati, raspando coi piedi arsi il fondo della valle di Stignano "chiena di rose".

Da S. Marco a S. Matteo, in processione, raccontano al Santo il catalogo della loro povertà. Uomini e donne infardellati, impolverati, risucchiati dalla terra e dal tempo; doloranti, eppure assorti, incontro al Santo; la fronte segnata da infinita sete e da immensa preghiera; i cuori gonfi di speranza.

La povertà piena di presenze, il dolore giulivo di chi sa la vita, e sa che è via da percorrere, da assaporare cantando, centimetro per centimetro. La polvere è assenzio che ti cade in gola goccia dopo goccia.



Freschi sposi compiono a piedi l'intero pellegrinaggio da Roma al GarganoCLICCA PER INGRANDIREIl sudore salato si mescola al profumo del timo e alla gioia del vicino beato giorno del Signore dove la vita ha senso, si ricompone ed è irrorata. Uomini e donne assetati per un Santo solitario seduto sulle rocce sanguigne del Gargano.

I Romei ci sono ancora, ma da quando S. Michele ha scelto questa montagna son passati tanti secoli. I contadini non si riposano più all'ombra del Convento. I ragazzi scalzi non appoggiano più il fascio di frasche alla scalinata per chiedere al fratello un po' di pane e un secchiello d'acqua. Sono scomparse anche le carovane di animali in transumanza e il pio omaggio di cavalli e agnelli.

Ora i Romei si chiamano Pellegrini e salgono ancora con immutata speranza.

La stanchezza del corpo è sempre quella, ma si è aggiunto l'affanno del cuore. Non portano più solo la preoccupazione per l'anomalo alternarsi delle stagioni, il timore del carbonchio, della peste suina o del fulmine. Il Pellegrino motorizzato di oggi ha con sé l'angoscia di una vita dissennata; gli orecchi ancora pieni di ordini urlati in una lingua sconosciuta, e gli occhi colmi di immagini lascive.

Il moderno Romeo, nel muto dialogo col Santo cerca la ricomposizione della propria umanità, un nuovo contatto con chi lo ha preceduto lungo la Via Francesca del Gargano; chiede di essere riconciliato con la sua terra.

Qui il Pellegrino ritrova la sua anima. Il suo arrivo è un ritorno. Gli fanno festa il cielo profondo e le rocce trasudanti fatica di secoli, le rocce che hanno visto i padri e i padri dei padri.

Il Santuario è la casa paterna dagli odori conosciuti, radicata nella mente e nel cuore come grato domestico incrociarsi di esigenze e di mani provvidenti.

A questa memoria si è abbarbicato quando, sperduto in regioni estranee, ha sentito in qualche parte del suo corpo germogliare la disperazione.

La memoria è fonte viva nelle terre dei moderni esili dove l'immagine serena del Santo è, sola, promessa e pegno di ritorno nella pace limpida degli ulivi contorti e dei vigneti.

La penombra, misteriosa e familiare, lo circonda come un seno materno che dopo averlo generato lo rigenera, lo riconcilia col mondo, lo ricongiunge ai suoi morti, e ai figli e a quelli che verranno. Questo, infatti è il crocevia dei pellegrini, anche degli assenti e dei futuri.

È poca cosa il pericolo passato, la lontananza, la solitudine, il tempo avaro, la povertà della mente se il ritorno e lo stare è sereno.

S. Matteo è la patria presente e quella futura. E' il beato richiudersi dell'anima su beni sicuramente posseduti, l'aderire una volta per tutte a quella meta agognata e faticata che è insieme terra, casa e persona amata:"E' bello per noi restare qui; poniamo qui la nostra tenda". Il Santuario è ridiventato ospizio, le sue erbose mura rifugio, la chiesa luogo munito dove le angherie del tempo e degli uomini si fermano.

L'eternità di ciò che si aspetta da senso alle cose che sono. Non vi è dolore, su questa terra, che non possa essere in pari tempo il luogo della luce, ne abiezione in cui non si possa ritrovare un lume.

Giacché il dolore è il posto dove le cose si riducono all'essenza, gli orpelli cadono, le vanità sono smascherate ed emerge, come da un bagno ristoratore, l'uomo, finalmente ridiventato padrone della propria nudità.

La nudità piena di presenze dei deserti dell'anima, densi di silenzi dalle note lunghe, profonde come il respiro del caos quando la voce del Creatore risuonò il suo fiat.

Il Pellegrino porta a S. Matteo la sua nudità. L'ex voto che appende alla parete è la sua nudità, ripulita da menzogne e rispetti umani, posta dinanzi all'evento risolutore, questa subitanea irruzione dello Spirito, inaspettato ma sperato, che da nuovo corso e valore alla vita. L'ex voto è ringraziamento; è l'eternare questo estremo attimo di nudità confidente; di suprema presenza a se stessi e di ultimo incondizionato dono a Dio e alla vita. L'ex voto è la testimonianza del definitivo ritorno alla casa paterna e volontà di non allontanarsene mai più. E' prezioso l'ex voto poiché è la persona che si fa presente a Dio/ al Santo, a noi Pellegrini dello Starale con la forza evocatrice del canto. "Cantate a tutti le sue meraviglie".

Le note superano i lontani confini del Matese e della Maiella: a tutti viene annunziato che Dio è grande e provvidente e S. Matteo è amico degli uomini. "Cantiamo la grandezza del Signore" che ci ha salvati "dai carri e dai cavalieri".

Il Pellegrino torna al luogo del suo lavoro, ma lascia qui, pegno prezioso, un pezzo della sua vita.

P. Mario Villani

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