Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva...Fate dunque frutti degni della conversione... Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: "Maestro, che cosa dobbiamo fare?". Ed egli disse loro: "Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato". (Vangelo di Luca, 3, 12)
Maneggiare il denaro, anche se solo materialmente. non è mai privo di rischi morali. Il denaro è fatto per servire, ma spesso è lui che si serve di te. E' fatto per liberare l'uomo dalla tirannia del bisogno, ma troppo spesso lui stesso è considerato il bene sommo; sembra un'astrazione, ma è molto concreto.
E poi: il denaro è potere; è facile da trasportare e da rubare, da scambiare e da nascondere; spesso induce alla rapina e genera guerre. Ill denaro si difende con la forza, spesso con la menzogna e l'imbroglio. Perfettamente ambivalente, gli sono indifferenti bene e male verso i quali è ugualmente proteso e disponibile. Perciò attraversa da un capo all'altro la vita delle persone, della società e degli stati, occupando tutti gli spazi, riempiendo gli interstizi e le volute cerebrali con una presenza necessaria, ineluttabile. E poi, non olet, non puzza né diffonde soavi odori.
Chi ha a che fare col denaro deve essere dotato di discernimento salomonico, di una speciale forza morale e di una particolare grazia di Dio. L'ammonizione che S. Giovanni Battista rivolge ai pubblicani, vale a dire i gabellieri del suo tempo, "non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato" non è solo un invito alla rettitudine e all'onestà; è anche anche un'espressione fondamentale per definire il denaro come bene comune e sottolineare la dignità, anche morale e religiosa, delle persone che col denaro lavorano per il bene di tutti.
San Francesco d'Assisi ha avuto sempre col denaro rapporti di guardingo apprezzamento. Il suo passato di mercante perfettamente inserito nella società del suo tempo non gli consentiva di respingere il denaro come cosa negativa. Per sé e per i suoi frati, tuttavia, scelse la via dell'affidarsi totalmente al Signore come unico garante delle cose belle e buone del mondo. Per sé e per i suoi frati volle la regola apostolica dell'andare per il mondo non portando addosso né oro, né argento, né denaro, ma aprendosi con confidenza a chiunque offrisse ospitalità nel nome di Dio, sicuro che "l'operaio è degno della sua mercede". Inoltre, era perfettamente consapevole della propria debolezza, perciò temeva il denaro e la sua forza; soprattutto temeva la sua irrefrenabile tendenza ad assumere il posto di Dio; ma non giudicava i ricchi, nè disdegnava il loro aiuto, né ha mai proibito ad alcuno dei suoi numerosi amici laici o ecclesiastici il possesso e l'uso del denaro quando fossero indotti a frequentarlo in ragione della famiglia, del lavoro o delle responsabilità sociali. I suoi seguaci, nel prosieguo della storia, sviluppando il pensiero di S. Francesco, hanno prodotto un notevole approfondimento delle questioni economiche e sociali connesse con l'uso del denaro. Tra questi ci è caro ricordare Pietro di Giovanni Olivi, Giovanni Duns Scoto, S. Bernardino da Siena, Bernardino da Feltre, Giovanni da Capestrano ecc. Le figure di S. Matteo e di San Francesco ci riconciliano col denaro, proponendoci di esso un'immagine positiva, aperta alla vita.
Dalle Fonti Francescane:
"Offrire, in compenso dell'elemosina, il prezioso patrimonio dell'amore di Dio - così egli affermava - è nobile prodigalità: e stoltissimi sono coloro che lo stimano meno del denaro, poiché soltanto il prezzo inapprezzabile dell'amore di Dio è capace di comprare il regno dei cieli. E molto si deve amare l'amore di Colui che molto ci ha amati". (S. Bonaventura, Leggenda maggiore, c. IX)
"Ordino fermamente a tutti i frati che in nessun modo ricevano denari o pecunia direttamente o per interposta persona. Tuttavia per le necessità dei malati e per vestire gli altri frati, i ministri soltanto e i custodi per mezzo di amici spirituali, abbiano sollecita cura secondo i luoghi, la circostanza, il clima delle regioni, così come sembrerà convenire alla necessità, salvo sempre, come è stato detto, che non ricevano in nessuna maniera denaro o pecunia" (Regola bollata, ca. IV)
Il pregiudizio illuministico che vedeva nel Medioevo l'età dei secoli bui, un'epoca di ignoranza e di superstizione, è stato ormai demolito da tutta una serie di indagini di prim'ordine sul pensiero scientifico, sulla filosofia, sul pensiero logico e quello matematico, sulle tecniche produttive, sugli scambi e l'economia monetaria, fioriti, appunto, nell'età di mezzo. Così come è stata revisionata a fondo la tesi di cui siamo debitori a Max Weber il quale aveva individuato nella Riforma calvinista la genesi dello spirito del capitalismo.
Certo, scrive Oreste Bazzichi nel suo recente libro "Alle radici del capitalismo. Medioevo e scienza economica", "l'etica protestante è stata forse un valido motivo di slancio nel capitalismo in quelle nazioni dove maggiormente si era diffusa la Riforma, ma non ha niente a che vedere con la sua origine". E ciò per la ragione, se non altro, che l'età moderna e la stessa epoca contemporanea, hanno beneficiato e continuano a beneficiare - relativamente alla pratica degli affari e alla teoria del pensiero economico - di una quantità di invenzioni risalenti esattamente agli ultimi quattro secoli del Medioevo: "dal contratto di affitto alla lettera di scambio, dall'assegno bancario alle tratte e alle cambiali, dalle principali forme e tecniche del credito, all'attività bancaria".
Ora, però, nelle indagini sulle origini della scienza economica, all'interno del pensiero medievale, un'accreditata storiografia, sotto il fascino e la luce dell'imponente edificio teorico di san Tommaso d´Aquino e del tomismo successivo, "ha lasciato nell'ombra il ricco patrimonio di idee della scuola francescana medievale e tardomedievale, alla quale spetta una posizione centrale per i suoi contributi - davvero decisivi e autonomi - alla formulazione di concetti quali: utilità sociale della mercatura, remunerazione del prestito, produttività del denaro, valore economico, giusto prezzo, cambio, sconto".
E va notato che i teologi francescani fecero questo in una situazione in cui la Chiesa imprimeva un marchio di condanna a tutto quel che odorava di moneta, di interesse, di usura. Ne è una riprova Dante nella cui opera troviamo il più netto rifiuto della società di mercato. La realtà è che i francescani, tuffati dentro le città, a contatto con le attività più impellenti della vita, in tempi in cui vedono imporsi la borghesia mercantile, portano a compimento il progetto di inserire la pullulante e operosa vita cittadina all'interno dell'etica cristiana.
Centrale, in siffatta tradizione, è l'opera di Pietro Di Giovanni Olivi (1248-1298), il quale - tra altre questioni - nel suo "Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et restitutionibus", si pose l'interrogativo se sia lecito distinguere fra il prestito di una somma di denaro qualsiasi e il prestito di una somma di denaro efficientemente inserito o da inserirsi nel processo produttivo. La sua risposta fu che, mentre l'incremento del denaro preteso in forza del mutuo era configurabile come usura, la ricompensa che un mercante o chiunque altro avesse avuto progetti di investimento economico relativamente fruttifero, pretendeva per distrarre il proprio denaro e darlo in prestito, sarebbe invece da considerare come un risarcimento del danno subito.
Commenta Bazzichi: "Tale danno, nelle sue due componenti di lucro cessante e di danno emergente, si esprimeva con la parola interesse, derivata con lo stesso significato dal diritto romano".
Sull'uso umano per la formazione del valore economico di un bene, insiste anche un altro grande francescano, Giovanni Duns Scoto, il quale, dovendo fronteggiare la persistente condanna canonica dell'usura, difese l'idea che è giusto che il mercante riceva un'adeguata remunerazione, a patto, però, che egli arrechi un servizio utile alla comunità. Cosa questa che ha luogo, allorché i mercanti trasferiscono da un posto all'altro cose utili, se le conservano, se le migliorano, se aiutano la gente comune a giudicare rettamente il valore e il prezzo delle cose.
Successore di Duns Scoto sulla cattedra di Parigi e ministro generale dell'Ordine fu Alessandro Bonini, detto Alessandro di Alessandria per distinguerlo da Alessandro di Hales, il quale nel trattato "De usuris", composto nel 1302, si occupò soprattutto di credito e di operazioni finanziarie.
Il campo in cui Alessandro di Alessandria si dimostra più innovativo è sicuramente l'esplorazione e la valutazione dell'arte campsoria, vale a dire dell'attività del cambio di moneta. Non è usura - egli sostenne - il guadagno del cambiavalute. Costui non è per nulla tenuto a prestare la sua opera gratuitamente e ciò, se non altro, per la semplice ragione che l'arte campsoria "è necessaria per l'utilità di coloro che viaggiano nelle diverse regioni per lo scambio delle cose, senza il quale non c'è vita sociale".
Furono Artesano di Asti e Gerardo di Odone, due altri teologi francescani, che a pochi anni di distanza dal lavoro di Alessandro di Alessandria trascrissero, talvolta ´ad litteram´, la dottrina cambiaria di Alessandro e la teoria della produttività del capitale monetario dell'Olivi - idee che subito dopo vennero registrate da quanti, e furono molti, da san Bernardino da Siena a sant´Antonino da Firenze, da Leonardo Fibonacci a Nicola Oresme - si occuperanno di etica economica, di moneta e di cambi.
Josef Schumpeter, nella sua monumentale "Storia dell'analisi economica", pone sant'Antonino da Firenze tra i fondatori dell'economia scientifica, senza citare nemmeno una volta san Bernardino da Siena. Senonché, come ha dimostrato Raymond de Roover (nel volume "St. Bernardino of Siena and St.Antonino of Florence: the two great thinkers of Middle Ages", Boston, 1967), la maggior parte delle idee esposte da sant'Antonino nella sua "Summa Theologica" sono riprese dagli scritti di san Bernardino, il quale, a sua volta, aveva attinto a piene mani alle dottrine del francescano Pietro di Giovanni Olivi. È così, dunque, che dobbiamo a dotti e geniali francescani l'origine di quella possente tradizione che, grazie alla successiva elaborazione dottrinale dei tardo-scolastici, si innestò nel filone dell'illuminismo scozzese e confluirà, ai nostri giorni, nella Scuola austriaca di economia. (da "Avvenire", 7 agosto 2003)
Per approfondire:
Paolo Evangelisti, Francescana (Scuola francescana di economia), in Dizionario di economia civile, a cura di Luigino Bruni e Stefano Zamagni, Città Nuova, 2009;
Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2004
Josè A. Merino, ofm, Donchisciottizzare la società e francescanizzare la cristianità, Edizioni Messaggero Padova, 2007. Il compito è arduo, ma possibile.
Il nostro tempo è ferito dal denaro: un terribile despota che ipnotizza la società odierna sempre più indifferente ai problemi sociali e alle domande dell'etica. Oggi si avverte il bisogno di guardare lontano in positivo, quasi alla stregua di un «folle». Per questo dovremmo osare riscoprire due personaggi singolari e intramontabili come don Chisciotte e san Francesco nei loro progetti utopici di vita. Partendo dalla loro sana ironia e dal loro buon umore, in queste pagine si cerca di superare le paure, i dubbi e le perplessità
dell'uomo odierno e di trasmettere coraggio, decisione e speranza. (Recensione da Sito Internet della Casa Editrice; pubblicazioni disponibili nella Biblioteca del Santuario)


