Al tempo dei nonni il lavoro nei campi era pieno di trabocchetti.
L’aratura, la mietitura e la trebbiatura erano operazioni complesse e delicate a cui il contadino si preparava con precisione e diligenza: doveva approntare gli attrezzi necessari, verificare lo stato delle macchine, consolidare il suolo dell’aia, preparare i magazzini, ingaggiare i braccianti e gli operai specializzati.
La vita dei campi entrava in agitazione, complice anche il particolare clima di festa che accompagnava mietitura e trebbiatura. Durante questi lavori non si mangiava il tradizionale pancotto; ci si concedeva persino i maccheroni e le orecchiette. Per tempo il padrone faceva provvista di vino comprandolo di persona nelle migliori cantine o recandosi col carretto fino a Canosa. Sia quando si mieteva che quando si trebbiava il fiasco di creta pieno di vino era sempre a portata di mano appeso al ramo di un albero o nascosto all’ombra avvolto in un panno umido.
Tutte queste operazioni dovevano essere gestite con l’apporto essenziale degli animali i quali, da parte loro, portavano tutto il complesso delle caratteristiche individuali, degli umori, del caldo, della fatica e delle mosche che li infastidivano. Non ultima causa dei loro dirompenti turbamenti era l’apparizione improvvisa di qualche elemento di disturbo che poteva essere un cane, o un rumore, un lampo, un’auto o un altro cavallo. Tutto ciò influiva sullo svolgimento del lavoro con un notevole tasso di imprevedibilità e di pericolosità.
Bastava una distrazione, un imprevisto, un cambio di umore dell’animale a provocare il disastro.
L’aratura era un’ operazione abbastanza tranquilla, era sufficiente che la terra fosse in buone condizioni e i cavalli tranquilli e tutto filava liscio. Ma se gli animali decidevano di non collaborare, l’incidente era sicuro.
La mietitura era tutt’altra cosa. Le macchine mietitrici erano dei trabiccoli che obbligavano i due operatori, appollaiati su alti sedili di ferro, a fare continuamente i conti con gli umori dei cavalli, l’efficienza della macchina e i dislivelli del terreno. In ogni istante dovevano adeguare l’assetto del loro precario equilibrio alle variazioni del suolo proprio mentre la loro attenzione era tutta concentrata sulla velocità della macchina e il governo dei cavalli.
La trebbiatura, quella col trebbio, era oggetto di ben altri incidenti: cavalli che stramazzavano al suolo sfiniti dalla fatica e dal caldo, o che s’imbizzarrivano assediati dalle mosche. Gli incidenti più pericolosi capitavano ai bambini. Abitualmente si appesantiva il trebbio con delle pietre perché facesse maggior presa sulla paglia. Qualche volta, a posto delle pietre, sul trebbio si ponevano dei ragazzi. Naturalmente questi erano felici di prestarsi all’operazione che per loro era una sorta di giostra divertentissima e gratuita. Il contadino, a gambe divaricate, piazzato nel bel mezzo dell’aia, guidava in moto circolare uno o due cavalli che trascinavano il trebbio costituito da una grossa e pesante lamina di ferro di circa un metro quadro di superficie, su cui erano stati praticati a intervalli regolari dei grandi fori da cui sporgevano riccioli di ferro lunghi e taglienti che avevano la funzione di frantumare e triturare la paglia e liberare il cicco di grano dalla pula. Accadeva che il cavallo facesse un’improvvisa accelerazione, o che il contadino non regolasse la giusta velocità e il ragazzo veniva proiettato lontano. Accadeva anche che il cavallo, infastidito, allungasse un bel calcio al malcapitato ragazzo. Il peggio poteva accadere quando il trebbio si rovesciava e con i suoi riccioli taglienti feriva gravemente il ragazzo.
Oggi il lavoro nei campi non è più svolto dagli animali, ma il tasso di pericolo non è diminuito. Anche i mezzi meccanici hanno i loro umori e spesso l’attenzione degli uomini non si adegua al ritmo matematico della macchina. Anche questi incidenti sono raffigurati nelle tavolette votive.
Inoltre i quadri documentano pericoli da scale che cadono, da rami che si spezzano, muri che rovinano; e poi pericoli nei boschi, pericoli nelle paludi, nel guado di corsi d’acqua, alluvioni.



