La campagna è indissolubilmente abbinata agli animali. Prima della meccanizzazione, uomini e animali vivevano in simbiosi. Ma l’imprevedibilità nei loro rapporti vigeva anche in regime di quiete e di riposo.
In questa sezione si raffigura non l’incidente accaduto durante il lavoro ma l’offesa diretta, intenzionale, che gli umili e preziosi collaboratori dell’uomo sanno talvolta mettere in atto quasi a voler rivendicare uno spazio di autonomia, un tentativo di ritorno allo stadio primordiale, libero dalle pastoie dell’addomesticamento.
I contadini lo sapevano bene e dicevano “sempre animale è”.
Anche i pittori delle tavolette votive lo sanno benissimo. Dipingono, quindi, insieme allo sguardo dolorosamente sorpreso del malcapitato e all’agitarsi scomposto dei presenti, anche gli occhi decisi dell’animale, puntati verso l’obiettivo, quasi nell’intento di concentrare su un punto preciso del corpo umano la rabbia accumulata e di scrollarsi di dosso secoli di soggezione e di lavoro.
Gli asini
I contadini avevano una stima sconfinata per gli asini; in genere li trattavano con delicatezza e comprensione. Laboriosi e frugali gli asini ricambiavano con pazienza, e si accontentavano di quel che passava il convento, in genere paglia e sterpaglie, pensando di tanto in tanto a qualche leccornia come un pugno di biada o, in primavera, ai morsi saporiti dei germogli di ferula, la “cosca” dei contadini garganici.
Gli asini, però, avevano un difetto: erano dei traditori nati. Quando meno te l’aspettavi ti azzannavano senza troppo distinguere fra domestici ed estranei, grandi e piccoli, belli o brutti.
Con loro bisognava avere l’atteggiamento del domatore, diviso fra la carezza zuccherosa e il guardarsi le spalle.
Riccardo Bacchelli descrive da par suo in un racconto uno di questi quadri, visitato intorno agli anni venti.
I cani
Poi ci sono i cani. I cani sono l’elemento originario del rapporto privilegiato di San Matteo col mondo contadino.
I documenti più antichi dicono che già dalla metà del sec. XVI i contadini usavano portare al santuario di San Matteo le persone morse dai cani arrabbiati. Queste venivano segnate con l’olio della lampada che ardeva dinanzi alla Reliquia del Santo, un dente molare, e spesso i pazienti tornavano a casa guariti.
I cani arrabbiati sono stati sempre un grosso pericolo. Quando uno di essi entrava in un centro abitato intorno gli si faceva il vuoto: gli uomini sul piede di guerra con i forconi in mano spiavano le mosse dell’animale al riparo degli spigoli, le donne e i bambini, ben chiusi in casa, guardavano la scena dai vetri delle finestre.
Il povero cane, con la bava alla bocca, camminava stanco e solitario nel mezzo delle piazze.
La benedizione con l’olio del Santo è rimasta la pratica devozionale distintiva del Santuario garganico.
Gli animali ammalati
A San Matteo non si ricorre solo per essere protetti dalle offese che possono arrecare gli animali selvatici o domestici, ma anche per raccomandargli la protezione degli stessi animali.
Mucche, asini, pecore e soprattutto i cavalli sono un bene troppo prezioso per i contadini e i pastori.
Ancora oggi nelle stalle del Gargano e della Capitanata, sulla mangiatoia dei cavalli troneggia l’immagine di San Matteo.
Nei tempi andati si costumava dare ai cavalli il nome di Matteo. Col tempo San Matteo è diventato lo speciale protettore dei cavalli, tanto che intorno al 1927 uno scultore locale ha ornato il tempietto eretto in chiesa sull’altar maggiore con un tondo marmoreo che raffigura il volto del Santo in compagnia di una testa di cavallo.
Fin dalla metà del sec. XVI era usanza fra i pastori portare le greggi al convento perché venissero benedette con l’olio del Santo; spesso i frati si recavano nelle campagne, spingendosi fino all’ Abruzzo.
All’uopo era stata redatta una speciale formula di benedizione che si conserva manoscritta nella biblioteca del Convento.


